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Pubblicato il 3 maggio 2013 da Monica Di Fabio in Notizie
 
 

Gregorio, Francesco e la filosofia del pastore fra gli stand del Salone

gregorio
gregorio
L’Aquila. Nome Gregorio. Cognome Rotolo. Professione: pastore abruzzese, soprattutto. Fare il pastore è la cosa che sogna sempre uno dei volti storici del territorio abruzzese. Gregorio è davvero uno dei pastori felici della regione. Ha vissuto a contatto con i tratturi tutta la sua vita e oggi li interpreta attraverso i formaggi, i prodotti, i piatti che serve nel suo agriturismo a Scanno e che fino a domenica fa assaggiare ai visitatori del Primo Salone dei Prodotti Tipici dell’Aquila, dove lo abbiamo incontrato, anzi cercato: “Mio nonno era un pastore vero – dice – mio padre dopo essere stato a lavorare fuori, in Venezuela, è tornato in Abruzzo e ha aperto una macelleria. Io a 12 anni già facevo i formaggi”. Poi ha seguito le orme del nonno che oggi portano fino alla sua azienda agrituristica località scannese, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise: “Stiamo a 1.300 metri, offriamo tutto quello che riusciamo a produrre, perché il nostro sogno è quello di realizzare una filiera completa”, dice mentre accontenta i cuorisi con succulenti assaggi dei suoi formaggi e del salume che lo rende celebre, il prosciutto di pecora.

francescoAnche se la sua ultima creatura, che si contende il suo cuore con le 1.500 pecore e svariate decine di capre, mucche e altri animali è Francesco, un formaggio, di più, un gorgonzola di mucca gustosissimo. “Si chiama così perché dovevamo trovargli un nome un paio di mesi fa e nell’indecisione lo abbiamo chiamato come il Papa: è buono, è umile, accontenta tutti, è Francesco!” Nell’azienda cucina sua sorella, ma lui è orgoglioso di annorverarci 30 persone, “fra cui alcune del posto, che è una bella conquista considerato che in agricoltura e pastorizia si va avanti solo con gli stranieri”. Con un coltello riccoprosciutto di pecora di sapore parla e accontenta chi si avvicina alla sua esposizione, tagliando pezzi generosi ora di Francesco, ora del pecorino, ora porgendo la pasta filata di mucca, capra e pecora, ora il prosciutto di pecora. “Mi sono ispirato al violino di capra che fanno in Valtellina, solo che io l’ho fatto con la pecora, l’ho tirato di più  - illustra mostrando l’altra sua creatura. Si sente ancora pastore? – Quando vedo i miei operai uscire con le pecore li invidio, vorrei uscire ancora io con il gregge. Che ha di speciale? Stai con te nella natura, nella testa passano 200mila pensieri, puoi vagare, guardare, pensare liberamente a tutto quello che più ti piace. Ecco cos’è per me fare il pastore, ed ecco perché ho voluto fare il mestiere di mio nonno”.

gregoriorotoloHa cominciato da un formaggio che aveva 12 anni, un canestrato, semplice, poi, ha continuato sperimentando nuove cose, cercando spazi, facendo marketing anche nei momenti in cui essere pastore non era cool, non rappresentava nemmeno un’opportunità come lo è ora che tutti tornano alla terra, che l’enogastronomia sta riportando il territorio alle priorità, alle cose su cui vale la pena contare. “L’Abruzzo è la mia terra, ma tutto quello che ho l’ho costruito con le mie mani, nessuno me lo ha dato – riflette Gregorio – Ora tutti tornano alla terra, ma nessuno ci sta puntando davvero come dovrebbe, altrimenti sarebbe chiaro che tipo di potenziale ci ritroviamo per le mani. Nessuno è profeta in patria. Ma se davvero si desse un’opportunità concreta a questo mondo potrebbero nascere cento aziende come la mia in Abruzzo e vivere dei propri prodotti con meno pensieri”.

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Monica Di Fabio